JAM - Aprile 2011

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Aprile 2011

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Maggio 2011

KREISKURIER Maggio 2011

RECENSIONE CONCERTO DI MILANO

Ho ricevuto tante e mail, tanto amore dopo i nostri primi concerti del nuovo tour a Milano e a Torino. Vi ringrazio tutti, di cuore.

Volevo condividere con tutti voi, amici, questa recensione (ma è riduttivo definire “recensione” questo scritto) di Giulia De Florio, che ci ha ascoltato a Milano.

Grazie, Giulia e grazie ancora a tutti.

Michele Gazich 

La nave è di nuovo salpata

Michele Gazich e La Nave dei Folli in concerto

My Concert House, Milano 25 Marzo 2011


Di Giulia De Florio

La nave è di nuovo salpata. Il viaggio è lunghissimo, ma preciso. Ascoltare l’ultimo cd di Michele richiede attenzione e cuore. In fondo, di questo parla nelle sue canzoni.

Come capita ai veri artisti le parole prendono forma piena e colore sul palco – piccolo o grande che sia. Quando l’atmosfera si raddensa e i pensieri diventano più leggeri, crescono e portano il loro messaggio. Nel caso di Michele il messaggio più semplice e complicato della storia dell’uomo: l’amore. Usa parole comuni e un’immagine che si staglia netta sopra le altre – la metafora che ha attraversato i secoli e le geografie più lontane: la Rosa.

Michele non ha paura di parlare chiaramente, eppure proprio nella disarmante nudità del suo discorso si annidano secoli di poesia e bellezza. Non ha paura perché la sua non è un’azione razionale premeditata ma un moto dell’anima, quello che muove il suo violino, le cui corde legano in assolo continuo poeti e mistici, folclore e tempi moderni. Il violino – un ennesimo pezzo di legno, fratello di materia della croce di Cristo ma anche della corteccia dell’albero della Conoscenza, e ancora scheletro di una nave di folli che ancora non ha terminato il suo idiota vagare. Il violino è di volta in volta lamento, pianto e grido di rabbia – quello maledetto e solitario di Pier Paolo o il coro di voci di latte nero che andranno incontro a un’alba di sterminio; il violino è gioco, ricordo di balli d’estate e vetrate colorate di un pittore sul tetto del mondo.

L’equipaggio sa dove sta andando, il loro dialogo musicale è naturale, perché iniziato e diretto ben oltre una serata o un concerto. È uno scambio di stima ed esperienze diverse che lasciano tracce forti. La voce di Anna è calda ma decisa, tesa nel difficile compito di donare il massimo peso a ogni parola. E con dolcezza si abbraccia a quella di Marco, più nascosta e intima, come l’Ultima Estate che racconta. Discreto e vigile il basso di Fabrizio prende per mano i compagni di avventura, dà loro il conforto e la profondità di suoni spessi, in lontananza.

Michele predica, osserva, crede e spera: annuncia senza esitazione la guerra civile – quella dello sguardo che scruta i dettagli e vede Dio nelle crepe, quella di un libro aperto in faccia a un’Italia che non piace e deve ancora cambiare, quella che abbatte muri e ricostruisce chiese.

La nave scivola sull’acqua. Sicura della direzione, in cerca di una primavera eterna dove ogni giorno possa essere Il giorno che la rosa fiorì.

Grazie a Michele e ai suoi folli che sanno far piangere, vedere e sentire con la loro arte: esercizio di volo e lezione di amore.