Buscadero - marzo 2009

Intervista di Guido Giazzi

http://www.michelegazich.it/buscadero0309.htm



Rootshighway - gennaio 2009 - clicca qui

Sulla nave dei folli, l'intervista con Michele Gazich

Il tuo percorso artistico ha seguito diverse rotte, prima di trovare posto sulla nave dei folli. Da musicista "classico" ad autore di brani in cui l'impostazione folk è a tratti molto marcata la strada è lunga. Quando è nato questo forte desiderio espressivo e comunicativo?

Ho sempre desiderato aprire il mio cuore. Il mio carattere riservato me lo impediva, da ragazzo. Poi ho scoperto che con musica e poesia avrei potuto abbandonare ogni pudore. E ho cominciato a scrivere continuamente, tanto, certamente troppo, ma lentamente ho trovato la mia strada. La musica ha iniziato a possedermi. Suonando, inconsciamente, ho cominciato a muovermi, in una sorta di danza estatica. Ancora oggi mi muovo molto quando suono. Agli esami in Conservatorio mi dicevano: "Suoni bene, ma che bisogno c'è di muoversi così tanto?". Il Conservatorio crea impiegati della musica, custodi del museo immobili alla porta, che non entrano e non conoscono come è stato prodotto ciò che meccanicamente e virtuosisticamente riproducono. Grazie a Dio, a fine maggio 1992 ho preso un treno da Torino a Milano, ho incontrato Michelle Shocked e la sera di quel giorno ero su un palco con lei: la mia vita musicale sarebbe cambiata. Non sto romanzando la mia vita: è andata proprio così.

Negli anni hai collaborato con artisti di fama internazionale che hanno "riportato tutto a casa", citando forse il più grande poeta della canzone di tutti i tempi. Oltre alla citata Michelle Shocked, nel tuo curriculum figurano Eric Andersen, Victoria Williams, Mark Olson, senza dimenticare l'importantissimo contributo a livello di produzione e composizione per alcuni album di Massimo Bubola e Luigi Maieron. Si tratta di artisti che in un certo senso hanno riannodato le fila del rock per rintracciarne la matrice comune nel folk. Alcune di queste esperienze ti hanno portato in giro per il mondo. Penso che abbiano avuto un ascendente molto particolare sulla tua decisione di cimentarti come autore di testi e musica in un disco tutto tuo.

In effetti ho sempre scritto: musica, canzoni, testi vari, poesie, eccetera, ma non sono un cantante. Tanti mi hanno detto: "Perché non hai cantato tu le tue canzoni?". Ho risposto che non sono un cantante e che Luciana Vaona le avrebbe cantate meglio. Viviamo nell'epoca dell'approssimazione, in cui tutti pensano di potersi improvvisare ciò che non sono. Non essendo un cantante, tuttavia, negli anni passati la cosa più saggia mi è sembrata quella di collaborare a livello musicale con vari cantautori. Da tutte le persone che hai menzionato ho imparato qualcosa. Ho sempre cercato di analizzare le loro canzoni, di capire come fossero costruite. I cantautori, di solito, notavano questo mio interesse e mi coinvolgevano anche a livello di produzione, di costruzione dell'arrangiamento, talvolta anche a livello compositivo. È stata una buona scuola, ho imparato sul campo.

La nave dei folli è un disco bellissimo, dalle forti connotazioni poetiche, difficilmente etichettabile. Non è propriamente folk, anche se ne possiede alcune declinazioni in brani come Tra il diavolo e il mare, poggia su un'impostazione acustica, senza batteria e chitarra, uno strumento quest'ultimo che possiamo considerare indispensabile nel genere. Lo definirei cantautorato poetico con inflessioni classiche, anche se non sei tu a cantare, con il tuo magico violino e il piano a scandire le emozioni. Sei d'accordo?

Ti ringrazio per l'aggettivo superlativo… Sì, la tua definizione mi piace. Georges Brassens, un autore che ho molto amato e studiato, chiamava le sue canzoni "Chansons poétiques" e mi fa piacere e mi inorgoglisce se, parlando dei miei tentativi di scrittura, alludi alla sua opera, sempre magistrale. Ammiro molto Brassens. Riguardo al folk, il più grande poeta della canzone di tutti i tempi a cui accennavi prima ne ha sempre rifiutato ogni semplicistica e tranquillizzante definizione. Il folk, o meglio, la musica tradizionale, le terribili ballate che, in maniera suadente, parlano di "rose che crescono nel cervello della gente e di amanti che in realtà sono oche o cigni", quelle canzoni "che vengono da Bibbie e pestilenze" [Bob Dylan, intervista a Playboy, marzo 1966] faranno per sempre parte della mia poetica. Dalla musica tradizionale ho appreso alcune movenze melodiche, ma soprattutto una visione del mondo. L'insegnamento di Dylan è osare, uscire dalla pigrizia mentale. Così, ricercando un suono che fosse mio, ho osato e ho eliminato chitarra e batteria. Voglio ricordare i musicisti che hanno creduto nel mio progetto: Luciana Vaona, che ha saputo cantare con forte coinvolgimento emotivo le mie canzoni, cercando una nuova voce per cantarle; Beppe Donadio, cantautore che ha suonato il piano come solo un cantautore avrebbe fatto, senza note inutili, ma sempre al servizio della canzone, con un orecchio alla tastiera e uno alle parole; Fabrizio Carletto, bassista, con un passato significativo nel "Gruppo spontaneo di musica moderna" e un presente molto lieto con il gruppo dei "Ciansunier"; Elena Ambrogio, il flauto traverso che ha caratterizzato tutte le mie produzioni artistiche, da quasi dieci anni.

Il disco è diviso in due parti, con una prima sezione più ariosa e fruibile e una seconda pervasa da oscuri presagi, un senso di perdita, tristezza, desolazione. Anche a livello strettamente musicale sono presenti brani decisamente complessi. Come Giona, ad esempio, ha un incedere ipnotico, quasi psichedelico. Da cosa nasce l'esigenza di questa divisione?

Volevo dare respiro all'ascoltatore. Restituirgli almeno virtualmente quel momento di riflessione e di attesa che si aveva un tempo quando si girava il vinile. Ho collocato le composizioni più lunghe e impegnative nella seconda parte, pensando che chi fosse arrivato fin lì avrebbe avuto davvero voglia di ascoltarle, dopo essere stato attratto dalle canzoni più immediate della prima parte.

Ho trovato decisamente interessanti i testi, che a ogni ascolto rivelano nuovi significati, lasciando all'ascoltatore uno spazio continuo da riempire. Considero le tue liriche delle vere e proprie poesie. Tra il diavolo e il mare mi ricorda Volta la carta di De André, una sorta di filastrocca che trae origine dai proverbi popolari, in un certo senso il paradigma degli opposti entro i quali forse sono racchiuse quelle tonalità di grigio che attenuano i contrasti, rendendoli meno distanti (il verso "tra l'ago e la cruna se cerchi hai fortuna" può essere un esempio in questo senso).

Bella la tua interpretazione. Mi è sempre piaciuto trovare collegamenti tra le cose. Ho suonato in molti concerti Volta la carta con Massimo Bubola e ho avuto modo di ripensare spesso alle caratteristiche compositive di quella canzone, alla girandola caleidoscopica di immagini su una semplice scansione folk. Certamente è una di quelle composizioni che porto sempre con me e mi avrà probabilmente influenzato. Mentre scrivevo Tra il diavolo e il mare, tuttavia, avevo soprattutto in mente una potentissima canzone di Guy Clark: "One man's hand is another man's fist / One man's hug is another man's shove / One man's rock is another man's sand / One man's fist is another man's hand…" [Hank Williams Said it Best, Dublin Blues, 1995]. Grande, vero?

Grandissima canzone, Guy Clark è nella lista dei maestri e quello è uno dei suoi dischi migliori. Sempre in Tra il diavolo e il mare è presente una summa della poetica dell'album, visto che sono richiamate altre canzoni come L'idiota è tornato in città e La Venere di carta. La nave dei folli si configura come una sorta di viaggio della speranza in questa terra desolata, vittima di una corsa all'oro che porta soltanto alla cecità dei sentimenti, come ben delineato in Guerra civile, bellissima composizione eseguita e cantata in modo magistrale. Mi hanno colpito molto i versi in cui affermi che "Dio sopravvive nei dettagli / Nelle crepe dei centri commerciali", quei dettagli in cui dovremmo ritrovarci e ritrovare gli altri, in una società in cui "la domenica impiccano i poeti", cioè coloro che forse sono gli unici a poter garantire un soffio di vita in questo vento di distruzione. C'è anche un riferimento alla Germania degli anni venti, ai primi segnali di ciò che sarebbe avvenuto in seguito. Consideri questa epoca come l'inizio di un inesorabile declino spirituale?

Spero che non si vada incontro a un declino spirituale, spero che ci sia invece una sorta di reazione, di rinascita, di recupero di fede in ciò che veramente vale nell'uomo. È in atto una guerra civile tra i soldi e lo spirito. Al momento, i soldi hanno vinto la battaglia e ogni domenica in qualche megastore impiccano un poeta, ma la guerra è ancora in corso e l'amore potrebbe ancora avere la meglio.

Di un grande poeta statunitense si parla in un altro brano cardine dell'album, Poeta in gabbia, canzone dedicata a Ezra Pound, uno dei grandi innovatori della poesia del Novecento e non solo. Pound pagò a caro prezzo la sua adesione agli ideali del fascismo e nel 1945 fu internato dal governo americano al Disciplinary Training Center vicino a Pisa, oltretutto molto vicino al luogo dove sono nato. Per tre settimane fu rinchiuso in una gabbia esposta al sole di giorno e ai riflettori di notte, poi fu costretto per diversi anni in un manicomio. Di lui nella canzone riporti un bellissimo verso, "Quello che sai amare non ti sarà strappato", cioè l'amore, quello vero che è dentro di noi, non si può estirpare, neanche con le torture più violente. Pound è stato un poeta dell'anima. La sua costrizione in una gabbia è un ulteriore spunto per metaforizzare la condizione in cui versa la società moderna, in cui si mercificano i valori, quelli più veri?

Sì, certamente, è un po' lo stesso concetto al quale abbiamo accennato in precedenza. Lo scopo della canzone tuttavia è anche un altro: a trent'anni dalla legge Basaglia, grazie alla quale sono stati chiusi i manicomi, volevo ricordare, tramite l'emblematico caso di Pound, tutti coloro, e sono tanti, da Torquato Tasso a Mandel'štam, che sono stati isolati dalla società, rinchiusi, incarcerati con i più vari pretesti e accuse o semplicemente ritenuti pazzi, perché le loro parole turbavano il quieto e ottuso tran tran quotidiano imposto dall'alto.

Il brano che dà il titolo all'album condensa uno straordinario messaggio, soprattutto negli ultimi versi. I folli sono coloro che ci credono ancora, in perpetua guerra civile con chi rema seguendo correnti di desiderio materiale, i folli sono gli idioti che "sono sordi ma ci sentono lo stesso", quelli che "sanno la verità". I folli sono coloro che si arrendono per assicurarsi un futuro e poter scorgere il sole del giorno dopo. Una visione che al mondo d'oggi risuona come un canto poetico che in molti dovrebbero ascoltare.

Ho scritto a lungo la title track dell'album, dal gennaio 2007 all'agosto 2008 e, nei versi conclusivi, ho voluto riassumere il tutto in un messaggio che fosse forte e chiaro: "Siamo tutti in una barca / E se affonda nessuno ci trova, / Non vi dico perdono, perdono, perdono, perdono ad oltranza / Nessuno di noi è un santo, / Ma, se potete, aprite il pugno / La resa è vita, è futuro". Viviamo in mezzo ai "vincenti", ai sopraffattori. Il mio messaggio è un invito a essere in controtendenza. Tentiamo di vivere all'interno dell'amore e forse avremo un futuro.

L'album si chiude con una nota di speranza. Canzone dell'amore lungamente atteso (e nel titolo non posso fare a meno di notare un altro parallelismo con il grande cantautore genovese), parla di chiavi ritrovate, quelle chiavi dell'amore che si erano perse in La Venere di carta. Come hai appena affermato, sembra di capire che l'amore sia l'unico sentimento capace di smuovere le coscienze, quindi il motore per l'inizio della possibile condivisione di un mondo migliore.

L'allusione alla Canzone dell'amore perduto è fortemente voluta. Consciamente ho tentato di scrivere un brano sulla gioia dell'amore che non suonasse zuccheroso, ma che mantenesse in sé tutta l'intensità che si ritrova di solito nelle canzoni che parlano di amori sfortunati. Spero di esserci riuscito. È stata una sfida per me e un modo, credo, signorile e indiretto per omaggiare Fabrizio De André, che in questi anni è stato oggetto di smaccati "tributi", la cui finalità, quasi sempre, non era onorare il grande maestro ligure, ma riempirsi le tasche di grano.
Oltre a ciò, volevo chiudere l'album su una nota effettivamente positiva, di speranza, di condivisione affettuosa con i miei ascoltatori, che voglio salutare con affetto e sincera gratitudine alla fine di questa intervista. So di essere un privilegiato ad avere qualcuno che mi ascolta. Ho un sito, www.michelegazich.it, dove mi si può scrivere. Non sono una star, credo che sia evidente a tutti, ma sono un uomo che cerca di portare avanti con forza e dignità la parte di vita che gli resta da vivere. Rispondo personalmente a chiunque abbia voglia di scrivermi.

Quali sono i tuoi progetti per l'immediato futuro?

Andare avanti a fare ciò che sto facendo: scrivere e suonare. Auspico di proporre il concerto de La nave dei folli in giro per l'Italia e altrove. Sono noto come violinista, innanzitutto: sarò dunque, probabilmente, coinvolto, a vari livelli, con altri artisti. All'interno di queste collaborazioni, spero, a un certo punto dell'anno, di incontrare ancora Mark Olson. Negli ultimi due anni sono stato in giro per Europa e Stati Uniti con Mark, per promuovere il suo album The Salvation Blues. Mark è stato per me uno sprone: lui non scrive e non suona per la gloria o la fama, ma per la salvezza.



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Il Popolo del Blues - marzo 2009 - Intervista di Salvatore Esposito

http://www.ilpopolodelblues.com/rev/marzo09/intervista/Michele-Gazich.html

Apprezzato come produttore, lodato come musicista ma forse poco noto come autore di canzoni, Michele Gazich è una delle rivelazioni di questo inizio 2009 con il progetto musicale La Nave Dei Folli, disco che nasce da un articolato percorso artistico in cui si mescolano influenze letterarie, musicali e suggestioni cinematografiche.  Lo abbiamo incontrato per parlare del disco e dei suoi prossimi progetti musicali.

Come nasce il progetto "La Nave dei Folli"?

Nasce da un desiderio di comunicare, di aprire il mio cuore. Sono un produttore artistico, un autore ed un musicista, ma non un cantante e non ho voluto improvvisarmi tale, come troppe volte si usa in Italia. Ho scritto queste canzoni per la voce di Luciana Vaona. Ho ideato questo progetto musicale cinque anni fa e ci ho lavorato negli ultimi due anni. Accanto a me, al violino e alla viola, ho voluto musicisti che stimo profondamente e che sono anche miei amici: oltre a Luciana, Beppe Donadio al pianoforte, Fabrizio Carletto al basso ed Elena Ambrogio al flauto.

Ci parli della realizzazione del disco? Come  nato questo suono cos classico, quasi da musica da camera?

Ho prodotto, originariamente, una stesura più  "normale" dell'album con chitarra e batteria, poi, non avendo nulla da perdere alla mia età, ho osato di più. Ho eliminato chitarra e batteria e mi sembra che i testi arrivino pi intensamente all'ascoltatore.

Il disco si apre con L'Idiota tornato in città ci parli di questo brano?

L'Idiota sono io e sei tu, siete voi, cari lettori. Il dolce sorriso dell'ubriaco contro il ghigno da Quarto Reich del Grande Fratello.

Il brano più intenso del disco  l'attualissima Guerra Civile, cosa ha ispirato questo brano?

La Guerra Civile in corso tra i soldi e lo spirito.  Con Mark Olson siamo stati obbligati a suonare, oltre che nei regolari concerti, anche in quasi 100 centri commerciali americani. Il disgusto era crescente. In viaggio da un centro commerciale all'altro, tra Abilene e Colorado Springs, ho scritto questa canzone.

Tra il diavolo ed il mare  un brano ricco di poesia e soprattutto caratterizzato da uno splendido arrangiamento…

Volevo scrivere una filastrocca e ho pensato ad una musica da filastrocca, tra "l'ingenuo" surrealismo della ballata popolare e lo straniamento di certa musica di Mozart. Non  venuta subito: abbiamo dovuto sperimentare a lungo, tuttavia. Ne avremo incise 30 versioni diverse...

Nel disco sono presenti alcune canzoni tra virgolette "d'Amore" penso a Venere di Carta o Canzone dell'amore Lungamente Atteso, ci parli del tuo approccio con questa tematica?

Le due canzoni che citi sono due facce dell'Amore. Il protagonista de "La Venere di Carta" "ha buttato via la chiave e ogni porta  casa d'altri"  e in "Canzone dell'Amore lungamente atteso" la ritrova tra le mani dell'amata. Cerco di scrivere d'Amore con intensità: cosa c'è di più importante nella vita? Brucerei il mio violino se potesse servire a scaldare il mio Amore.

C'è una connessione tra la copertina e Come Giona?  Nelle note di copertina scrivi che  ispirato ad un ambone romanico scovato in una chiesetta vicino l'Aquila? Come si inserisce la figura biblica di Giona in questo disco?

L'ambone romanico, in effetti, raffigura le storie di Giona. La canzone, che narra simbolicamente del profeta ingoiato e poi vomitato dalla balena, introduce alla tematica del poeta, del profeta dell'intellettuale rinchiuso, isolato dalla società, tipico della nostra era, ma non solo (si va da Torquato Tasso ad Antonin Artaud), e di cui parlo anche nella canzone successiva "Poeta in Gabbia".

Nel disco hai dedicato un brano ad Ezra Pound, quanto ti ha influenzato la sua scrittura?

Pound, frainteso e giudicato solo per la sua presunta adesione al fascismo, per cui ha, tuttavia ampiamente pagato con residenze coatte in gabbia e manicomio, dal 1945 al 1958,  stato uno dei massimi poeti della nostra era: lo troviamo, non a caso, nella "Captain's tower" assieme a T.S.Eliot nella dylaniana "Desolation Row". Lo leggo da quando ero ragazzo, lo ritengo un mistico dell'Amore: ha influenzato la mia scrittura (nel senso che mi ha invitato ad un rigore morale nello scrivere, a migliorare la mia abilità artigianale), ma soprattutto ha influenzato la mia vita. Sono un artista anche perchè ho letto Pound.

Tutti i brani sono caratterizzati da suggestioni letterarie, cinematografiche, filosofiche e poetiche, quanto questi elementi concorrono durante la composizione dei tuoi brani?

Più che altro ho voluto mettere queste allusioni nelle canzoni, per far conoscere a chi mi legge cose che io amo ed ammiro, per condividerle con i miei lettori, perchè la mia opera non sia sterile, chiusa in se stessa, ma porti i miei lettori/ascoltatori anche verso altri lidi a bordo della nave: dai film di Bergman alle canzoni di Brassens, eccetera. Si tratta sempre d'Amore, comunque: le citazioni non sono fatte per intellettualismo. Sono cose che io amo.

Tu sei molto noto come musicista e produttore, come giudichi questo tuo debutto come autore?

Grazie per il "molto noto". Troppo generoso. Sono la persona meno adatta a giudicarmi. Posso solo dirti che non  proprio un debutto per me, in quanto ho sempre scritto. A quarant'anni, avendo ormai vissuto la maggior parte della mia vita, mi  parso sensato condividere questi scritti con un pubblico, che, per ora, sembra aver gradito.

Porterai in tour il progetto La Nave dei Folli?

Certamente. Cominciamo a fine marzo in Germania per poi procedere in Italia. La formazione ridotta  adatta a riprodurre piuttosto fedelmente l'album in concerto. Avremo con noi, probabilmente, anche il polistrumentista Marco "Tibu" Lamberti.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Un altro album per "La Nave dei Folli", penso per il 2010. Nel frattempo, come ho sempre fatto, procederò a suonare il violino e a produrre album anche di altri artisti.

Salvatore Esposito



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“Come Giona” - L’Isola che non c’era - marzo 2009 - Intervista di Rosario Pantaleo - clicca qui



Conversare con Michele Gazich è sempre un piacere. Persona tanto colta e squisita quanto estremamente essenziale, il polistrumentista bresciano ha la capacità di focalizzare con rapidità ed efficacia ogni aspetto del suo percorso, non disdegnando attenzione per ciò che lo circonda. L’uscita de La nave dei folli, suo primo lavoro in cui non è collaboratore ma autore a tutto tondo, ci dà l’occasione per scambiare qualche riflessione su questa sua fatica discografica e sul suo modo di intendere l’esperienza artistica.  


A mio avviso “La nave dei folli” inizia, idealmente, dove finiva la canzone La sposa del diavolo dell’album “Segreti trasparenti” di Massimo Bubola che tu hai coprodotto. E’ possibile una sorta di transfert, almeno sonoro, d’atmosfera, tra quella canzone ed i brani incisi su questo tuo primo lavoro solista?
Oltre ad essere coproduttore dell’album “Segreti Trasparenti”,  sono anche coautore della musica de La Sposa del Diavolo. Nella registrazione della canzone, inoltre, suono il piano e ho curato l’arrangiamento di viole e violini, tutti sovraincisi da me personalmente. Infine ho coinvolto la  mia amica e concittadina Silvia Butturini al clarinetto nella parte solistica: “il clarinetto nel registro basso, poco comunemente utilizzato nel rock, ha un suono preromantico, soprannaturale che, fluttuando sul tappeto srotolato dagli archi, conferisce alla ballata un carattere ancor più inquietante, dolcemente insinuante, demoniaco appunto”, come dissi a Guido Giazzi a suo tempo (la citazione è tratta da un’intervista a Buscadero, n.254, Febbraio 2004, ndr). C’è molto anche di me, insomma, in quella canzone a cui, non a caso, ti riferisci. Ho sempre cercato l’impatto degli strumenti classici sulla grammatica rock, a partire dal mio violino. È significativo, dunque, e illuminante per i lettori il fatto che tu ricordi La Sposa del diavolo, introducendo il discorso su “La Nave dei Folli”

Questo è il primo album a nome Michele Gazich ma a cantare è sempre Luciana Vaona. Quali le motivazioni di questa scelta “originale” che vede l’autore in posizione defilata, almeno dal punto di vista vocale?
L’Italia è il paese degli improvvisatori: non cantanti che fanno i cantanti, critici d’arte che fanno i politici, eccetera…. Chi sa fare sedie di solito non sa fare buone scarpe: meglio riconoscere i propri limiti. Luciana Vaona è l’interprete ideale per queste canzoni, che sono state scritte pensando alla sua voce. Tanti mi avevano invitato a cantarmele da solo per avere maggiore “visibilità”, ma – siamo seri! – lei le canta meglio. Il mio non è il mondo della tv e del presenzialismo forzato: il mio è il mondo del bello. Con Luciana alla voce, aumenta la bellezza di questo lavoro.

Parlare di poeti come Ezra Pound e di poesia come elemento “vitale” non ti pare desueto e fuori fuoco rispetto allo svolgersi della vita e delle relazioni del quotidiano?
Il ritornello di questa canzone è la traduzione di due versi di Ezra Pound: “Quello che sai amare non ti sarà strappato”. La poesia, quella vera, non quella fatta per i circoli del the, è carne, è vita. L’Amore è forse desueto?

La nave dei folli è uno degli ambiti in cui, nel medioevo ed ben oltre, venivano posti i matti insieme a vari elementi ritenuti come disturbatori della società. Oggi questi luoghi non esistono più (ameno in forma nautica...) ma, ugualmente, l’emarginanzione sta tornando ad essere uno dei tratti caratteristici della nostra realtà. C’è una ragione pe questo trend e come l’arte può aiutare a costruire ponti ed abbattere mura?
L’emarginazione, purtroppo, è uno dei tratti caratteristici dell’Età Moderna, non solo di questi tempi. Al riguardo inviterei i nostri lettori a leggere “La Storia della Follia nell’Età Moderna” di Michel Foucault, dove tutto è spiegato in maniera assai più efficace di come potrei fare io in questo contesto. L’arte e gli idioti, che parlano attraverso il discorso artistico, hanno il compito di urlare contro questa emarginazione, di denunciarla, gettando ponti e parole, che vengono spesso bruciati, abbattendo mura che, purtroppo, vediamo ricostruite sempre più solidamente. Ma questo non deve impedirci di urlare, di avere fede nella nostra denuncia. Pier Paolo Pasolini aveva previsto tutto questo lucidamente, a metà anni settanta, nei suoi “Scritti Corsari”. Era disperato, ma questo non gli impedì di urlare la sua denuncia contro l’omologazione culturale e l’emarginazione del diverso nelle società neocapitaliste.

Giona è un altro elemento di contraddizione forte nel racconto biblico. La canzone Come Giona sembra che ci inviti a prendere posizione, a parlare, a fare, a lottare. E’ così, oppure l’intendimento è altro? Ed inoltre, esistono ancora dei Giona che parlano (o dovrebbero farlo) indicandoci il giusto orientamento necessario a salvarci l’anima?
Pasolini era certamente un Giona. Di Giona, inoltre, mi affascina la tensione forte nel cambiare vita, il suo emergere dalle acque totalmente mutato nel cuore: “un’altra vita, stessa faccia”, come scrivo nella mia canzone.

Se quelli che viviamo sono per te tempi da guerra civile, che cosa è necessario fare/creare per arrivare alla pace? Per riportare una maggiore armonia in noi stessi ed in chi ci circonda?
Non vorrei essere predicatorio e pretesco: prendi queste parole con il loro significato profondo, pulendo da esse l’usura di un abuso millenario. Sarebbe necessario tornare Idioti, avere un cuore puro. Et eramus idiotae et subditi omnibus: “eravamo idioti e sottoposti a tutti”, come scrive San Francesco nel suo testamento, parlando di sé e dei suoi frati. Abbandoniamo gli atteggiamenti antagonisti, è ora di farlo, perché non abbiamo alternative.

Hai scelto di non usare la strumentazione classica per un album di canzoni escludendo batteria, chitarre e tastiere affidandoti al pianoforte, al flauto, violino, viola e basso. Con il senno di poi pensi che il risultato sia stato soddsfacente oppure un altro colore musicale ti avrebbe potuto dare, magari su qualche pezzo, un risultato diverso/migliore?
Ho elaborato questo progetto nel 2003, a livello ideativo, e ci ho lavorato sistematicamente dal 2006 al 2008. Ho avuto molti “senni di poi”. In una fase iniziale ho anche lavorato con organici diversi, che includevano anche chitarra e batteria. Ma ho deciso di avere il coraggio di essere originale e ciò che ho pubblicato, infine, è frutto di una scelta ponderata, di cui mi prendo tutta la responsabilità, ma che non sta a me, ovviamente, giudicare quanto soddisfacente sia. Mi piace, piuttosto, ricordare tutti i musicisti che hanno contribuito alla realizzazione de “La Nave dei Folli” e cercato a fondo in se stessi prima di suonare:  la già menzionata Luciana Vaona alla voce, Beppe Donadio al piano, Fabrizio Carletto al basso ed Elena Ambrogio al flauto traverso.

Quali corde emotive l’ascolto di questo album potrebbe/dovrebbe stimolare in chi già ti conosce oppure ti incontra, artisticamente, per la prima volta? 
Ho quarant’anni: ho già vissuto la maggior parte della mia vita. Non ho tempo né voglia per scherzare. In questo album, come dicevo, ci sono carne e sangue, c’è amore e c’è vita. C’è ciò che io amo e per cui vivo.

Nella vita appari come una persona normalissima, anche molto sfuggente, non amante di ribalte o di essere al centro dell’attenzione. Ma sul palco ti trasformi ed entri in una sorta di trance che ti lega al tuo violino in maniera quasi fisica. Dove sta, allora, il confine tra il sig. Gazich ed il maestro Gazich? 
Penso, in realtà, che ci sia forte continuità tra il Gazich sul palco e quello fuori dal palco. Solo le modalità di comunicazione sono diverse: forse più espressionista quella sul palco. Io sono un artista, non ho mai fatto l’artista.

Sei molto apprezzato in un certo giro di cantautorato U.S.A. di qualità (Michelle Schocked, Mark Olson, Victoria Williams, Mary Gauthier, Eric Andersen...) tanto che hai già fatto oltre duecento concerti con questi artisti ed altri potranno venire. Quali le differenze che hai notato tra quel mondo monlto professionistico e quello del cantautorato/discografica nostrano?
La mia amica Michelle Shocked diceva che “la musica è una cosa troppo importante per lasciarla fare ai professionisti”: è la chiave di tutto. Gli artisti che mi hai menzionato sono professionisti che tuttavia vivono il loro essere professionisti con la gioia e lo spirito d’avventura che di solito attribuiamo ai non professionisti. In Italia c’è più tristezza, clientelismo, opportunismo, c’è tante volte assenza di gioia nel fare musica.

Attualmente che genere di musica ascolti e qual’è l’ultimo libro che hai letto?
Nella mia borsa oggi ho: “Sail Away”, album capolavoro di Randy Newman, “The Yellow Princess” di John Fahey e “Stabat Mater” di Pergolesi, per quanto riguarda i dischi. “Scritti Corsari” di Pier Paolo Pasolini e “Minima Moralia” di Theodor Adorno per quanto riguarda i libri. Grazie per le tue domande radicali, dunque feconde.